Proximity bias: quando la vicinanza influenza la percezione?
Nel lavoro ibrido non sempre chi contribuisce di più è anche chi viene percepito meglio. La presenza in ufficio, la frequenza delle interazioni e la maggiore esposizione quotidiana possono influenzare in modo inconsapevole il giudizio di manager e colleghi. È qui che entra in gioco il proximity bias, cioè la tendenza a favorire, spesso senza volerlo, le persone che vediamo più spesso o con cui abbiamo più occasioni di confronto.
Il problema non riguarda soltanto le promozioni o i riconoscimenti formali. Il proximity bias può incidere anche sulla distribuzione delle opportunità e sulla percezione del potenziale delle persone. In altre parole, il rischio è che la vicinanza venga confusa con il valore.
Come osserva Harvard Business Review, nel lavoro ibrido la distanza fisica cambia il modo in cui le persone vengono viste, ascoltate e ricordate: la visibilità può incidere sull’accesso alle informazioni e sulle occasioni di crescita. E questo rende il tema molto più concreto di quanto sembri a prima vista.
Cos’è il proximity bias
Il proximity bias è un bias cognitivo molto comune nei contesti di lavoro in presenza e, ancora di più, nei modelli ibridi e smart working. Quando vediamo spesso una persona, tendiamo ad attribuirle maggiore affidabilità, engagement e visibilità, anche senza dati oggettivi a supporto.
Questo meccanismo può penalizzare chi lavora da remoto o in modo meno esposto nella quotidianità. Non perché produca meno, ma perché è meno presente agli occhi di chi osserva. E quando questo succede, anche i processi di valutazione rischiano di diventare meno equi.
SHRM segnala che questo problema si traduce spesso in effetti molto concreti: chi lavora da remoto può sentirsi meno considerato nelle decisioni, meno incluso nei passaggi importanti e meno visibile rispetto ai colleghi in presenza. Anche quando i risultati sono simili, la percezione può cambiare in modo significativo.

Quando il bias entra nelle decisioni quotidiane
Il proximity puo manifestarsi nelle decisioni quotidiane come chi viene coinvolto prima in un progetto, chi riceve un feedback spontaneo, chi viene ascoltato più spesso, chi viene considerato più pronto per un passo successivo.
Forbes, nel suo articolo sottolinea come il bias si alimenti soprattutto nelle abitudini: più una persona è presente nella quotidianità del team, più diventa facile associarla a fiducia, prontezza e affidabilità, anche senza una verifica oggettiva. Per questo il tema non riguarda solo l’HR, ma anche lo stile di leadership e il modo in cui si prendono decisioni ogni giorno.
È qui che il problema diventa più sottile. Perché non sempre c’è un pregiudizio esplicito: spesso è una somma di piccole scelte che, nel tempo, spostano opportunità e riconoscimento verso chi è più visibile.
Come il Feedback 360° aiuta a ridurre il bias
Il Feedback 360° è utile proprio perché allarga il campo di osservazione. Invece di affidarsi a una sola voce, raccoglie in forma anonima e strutturata i feedback di persone diverse: colleghi, superiori, collaboratori e, in alcuni casi, altri interlocutori rilevanti per il ruolo.
Questo approccio riduce il peso della sola vicinanza fisica e sposta la valutazione verso una visione più completa e distribuita. In pratica, il 360° aiuta a contrastare il proximity bias in tre modi principali.
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Distribuisce il peso della singola percezione: una valutazione non dipende da chi vede di più una persona, ma da un insieme di osservazioni diverse.
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Rende più visibili i contributi meno esposti: chi lavora da remoto o in modo più autonomo può emergere grazie a feedback provenienti da persone diverse.
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Favorisce una lettura basata su comportamenti e impatto: quando più osservatori confermano gli stessi punti di forza o le stesse aree di miglioramento, la valutazione diventa più solida e meno legata alla prossimità.
Il valore aggiunto del Feedback 360° sta proprio qui: integra il giudizio manageriale con una lettura più ampia, più utile per identificare punti di forza, aree di sviluppo e possibili “punti ciechi”.
Il valore di una valutazione più ampia
Oggi, in un modo di lavorare sempre più ibrido, il punto è valutare meglio e farlo in modo più giusto. Il Feedback 360° aiuta le aziende a non confondere la prossimità con il merito, e a riconoscere il contributo delle persone anche quando non è immediatamente visibile.
Per questo il suo valore va oltre il singolo strumento e diventa un modo per costruire una cultura del riconoscimento più consapevole, dove il giudizio nasce da una lettura più completa del comportamento e del potenziale. In un contesto così il feedback è uno strumento di sviluppo, che aiuta le persone ad aumentare autoconsapevolezza e ad allineare meglio il proprio modo di agire con le aspettative del ruolo.
Conclusione
Contrastare il proximity bias significa rendere i processi di valutazione più solidi e più coerenti con il modo in cui oggi lavorano le persone. Il Feedback 360° è uno strumento concreto per farlo, perché permette di osservare da più angolazioni ciò che una sola prospettiva non basta a cogliere.
In altre parole, non basta sapere chi è vicino: bisogna capire chi porta davvero valore.